Storia dell'arte

La madonna della scala

Risale a questi anni anche la Madonna della Scala: colpisce a prima vista la freddezza del rapporto fra la Madre e il Figlio che Maria non solo non guarda ma nemmeno tocca, nonostante lo stia allattando. La posizione forzata e innaturale del Bambino, insieme alla sua muscolatura veramente esagerata, fu ispirata a Michelangelo dalla statua colossale dell'Ercole Farnese.
A differenza della Madre, non ha l'aureola che avrebbe potuto disturbare la contemplazione del torso. Osservandolo, torna in mente una critica maligna dell'Aretino: lo scrittore toscano, paragonando Raffaello a Michelangelo, aveva notato che se il secondo era insuperabile nella rappresentazione del nudo maschile, sembrava però ignorare le differenze dovute al sesso e all'età, dato che dotava tutte le sue figure dello stesso tipo di muscolatura e che le sue donne non potevano certo reggere il confronto con le aggraziate Madonne raffaellesche.
Vasari descrive la Madonna della scala come una contraffazione dello stile di Donatello, ma in realtà la somiglianza è limitata al modo con cui è eseguito il bassissimo rilievo memore appunto dello “stiacciato” donatellesco, anche se con qualche incertezza nel piede destro, e se la si paragona alla Madonna Pazzi, appare diversissima non solo per l'affettuoso atteggiamento della Vergine donatelliana verso il Figlio, ma anche per lo spazio prospettico tipicamente rinascimentale in cui queste figure sono ambientate. La presenza insolita della scala ha una sua mistica giustificazione; nel 1477 fu pubblicato a Firenze un anonimo Libro (...) della scala del Paradiso che nel 1491 era già alla sua terza edizione: in esso la Vergine era paragonata a una scala celeste grazie alla quale Dio era sceso sulla terra e i mortali potevano a loro volta ascendere al Cielo. Nel 1495 apparve a Firenze un secondo libro su questo tema, una Scala della vita spirituale sopra il nome di Maria in cui le cinque lettere del suo nome venivano paragonate a una scala di cinque gradini, esattamente lo stesso numero del rilievo michelangiolesco. L'aútore di questo testo era Domenico Benivieni, un amico di Poliziano.  

La battaglia dei Centauri

Proprio quest'ultimo avrebbe ispirato a Michelangelo il soggetto di uno dei suoi primi rilievi, la Battaglia dei centauri, un'opera che è già un capolavoro maturo nonostante sia databile al 1492 circa.

Il titolo, dedotto dalle fonti cinquecentesche che alludono al ratto di Ippodamia o a quello di Deianira, non corrisponde però al soggetto: infatti nella massa dei corpi si intravede qualche cavallo, ma nessun centauro o figura femminile perché tutti i personaggi sono caratterizzati da una muscolatura decisamente virile e da una capigliatura corta.

Se si paragona questa battaglia con quella in bronzo di Bertoldo colpisce, oltre al fortissimo divario qualitativo, la maniera completamente diversa di costruire lo spazio, così addensato che l'aria quasi non circola all'interno di esso: la scatola prospettica quattrocentesca, ancora ben presente nel rilievo del Bargello, è stata completamente abbandonata insieme alla cura di particolari quali le armi, gli elmi e le corazze.

Michelangelo ha invece concentrato la sua attenzione sul nudo maschile, nel modellato del quale dimostra una scioltezza e una sicurezza infinitamente superiori a quella del suo presunto maestro.

La mancanza della cornice e di qualsiasi tipo di definizione del fondo, la maniera estremamente sommaria con cui sono delineate le fisionomie costituiscono un primo esempio di non finito e sono altrettanti elementi nuovi nella plastica fiorentina dell'epoca.

L'interesse per l'anatomia del corpo umano in movimento è presente anche in altri artisti, come dimostra la Battaglia di nudi incisa da Antonio del Pollaiolo, caratterizzata però da una maggiore attenzione verso gli elementi naturalistici dello sfondo e da una maniera di costruire lo spazio molto più ariosa.
Proprio questo tipo di spazialità, dominato dall'horror vacui, insieme alle anatomie che non hanno ancora le proporzioni slanciate del David, dimostra lo studio dei rilievi e delle figure come la Fortezza nel pulpito di Nicola Pisano per il battistero di Pisa. L'aver scelto come modello uno scultore che, seppure grandissimo, era stato attivo fra il 1260 e gli inizi del XIV secolo ed era dunque assolutamente in controtendenza rispetto allo stile imperante è una prova della sua libertà mentale oltre che della sua capacità di orientarsi nel panorama ricco e vario della scultura toscana andando a colpo sicuro verso artisti di eccezionale qualità.
A causa dell'enigmatico soggetto, la Battaglia dei centauri si prestava a essere variamente intesa e non è mancata anche un'interpretazione in chiave neoplatonica dato che Michelangelo, nel giardino di San Marco, doveva certamente aver conosciuto Marsilio Ficino il quale, oltre ad aver tradotto i principali testi di Platone, aveva sostenuto la sostanziale concordanza fra il cristianesimo e il neoplatonismo: la Battaglia dei centauri è stata vista come una sorta di psicomachia, come una lotta fra le due nature dell'anima umana, cioè la componente spirituale e quella animale. Inoltre l'anima, accesa d'amore per la bellezza fisica dell'uomo, grazie a questo atto si innalza fino alla contemplazione della divinità: questo concetto forniva un supporto filosofico al culto per la bellezza maschile che traspare dalle opere di Michelangelo, ma fra i suoi numerosi scritti e anche fra le testimonianze dei contemporanei non c'è assolutamente nulla che accenni a una sua adesione al neoplatonismo.

I primi anni

Sebbene la quantità notizie di cui disponiamo sulla vita di Michelangelo sia molto abbondante, non è però ben chiaro come sia avvenuta la sua formazione di scultore. I suoi due biografi, Vasari e Condivi, che scrivevano verso la metà del XVI secolo, riportano entrambi l'aneddoto secondo cui poco dopo la nascita a Caprese, vicino ad Arezzo, il 6 marzo 1475, fu messo a balia in una località nei dintorni di Firenze, Settignano, presso una nutrice che era figlia e moglie di scalpellini e grazie alla quale avrebbe acquistato la sua familiarità con gli strumenti del mestiere.
Mentre è sicuro che come pittore si formò nella bottega del Ghirlandaio, per quanto riguarda la scultura si sa solo che fra il 1489 e il 1492 frequentò a Firenze il giardino Medici in piazza San Marco dove erano custodite le sculture delle collezioni d'arte classica e quattrocentesca di Lorenzo il Magnifico.
Curatore di queste raccolte era uno scultore di nome Bertoldo che, sebbene fosse stato allievo di Donatello, non era certo paragonabile al maestro; in ogni modo nessuna fonte contemporanea parla in modo specifico di un vero e proprio alunnato di Michelangelo presso Bertoldo, che era fra l'altro specializzato nella lavorazione del bronzo e non del marmo.
Certamente fin dalle prime opere lo stile michelangiolesco appare diversissimo da quello di qualsiasi altro scultore contemporaneo, compreso Benedetto da Maiano nel quale si è cercato di identificare un altro suo ipotetico maestro.
Oltre a studiare con attenzione le antichità conservate nella collezione medicea, Michelangelo nel giardino di San Marco deve avere anche assorbito il clima culturale che Lorenzo aveva saputo creare intorno a sé riunendo filosofi come Marsilio Ficino e letterati come Agnolo Poliziano, famoso per la sua conoscenza delle letterature classiche, autore di componimenti poetici in volgare modellati sugli esempi antichi.