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Immunoncologia. Combattere il cancro con le infezioni

È il 1952 e ad Ann O’Neill, una bambina di nove anni di Baltimora, viene diagnosticata una leucemia linfoblastica acuta. Viene ricoverata all’ospedale St. Agnes, dove vengono tentate le poche terapie allora esistenti, nessuna delle quali ha una qualche efficacia. La bambina peggiora, fino a quando viene posta sotto una tenda a ossigeno, in attesa dell’inevitabile fine. L’ospedale è stato fondato nel 1862 dal ramo americano delle Sorelle della Carità ed è gestito dalle suore anche quando arriva Ann; una di loro, sorella Mary Alice Fowler, propone ai genitori di chiedere una grazia appellandosi alla misericordia della fondatrice, Elisabeth Seton, morta nel 1821, cui è stata già attribuita la guarigione di un malato di tumore del pancreas di New Orleans, nel 1935. I genitori acconsentono e recitano la prevista novena, mentre un frammento della veste della quasi santa viene appuntato sulla camicia da notte della piccola malata. Ann, dopo essere stata trasportata sulla tomba della Seton, guarisce improvvisamente. Due anni dopo la bambina, ancora in ottima salute, viene visitata da un investigatore del Vaticano, che nel frattempo ha aperto un’indagine sulla sua guarigione. Gli approfondimenti durano otto anni e vengono espletati, tra gli altri, da Sidney Farber, l’oncologo che per primo ha messo a punto una terapia contro la leucemia. Farber, come i colleghi, non ha spiegazione per il caso di Ann, e si arrende: è un miracolo.
Ma la vicenda, oggi, secondo alcuni andrebbe giudicata in modo tutto diverso. Letta attraverso le lenti dell’immunoterapia, infatti, la storia di Ann sembra spiegabile con eventi molto poco soprannaturali e molto biologici, soprattutto se si considera un episodio di pochi giorni prima della remissione, cui allora non era stato dato grande peso: la comparsa, sul corpo di Ann, di eruzioni tipiche di una gravissima forma di varicella (a detta dell’oncologo che aveva in cura la bambina, una delle peggiori mai viste), malattia scatenata da un virus erpetico. Naturalmente non c’è alcuna prova scientifica, ma coloro che erano in Vaticano in aprile avevano pochi dubbi: si è trattato di un caso lampante di immunoterapia endogena, simile ad altri descritti in letteratura e accomunati dalla co-presenza di infezioni e tumori regrediti senza apparente spiegazione.

Casi che hanno sempre suscitato la curiosità di alcuni medici, come quello che è da considerarsi il vero fondatore dell’immunoterapia, il chirurgo newyorkese William Coley. Nel 1891, infatti, Coley descrive la guarigione di un immigrato tedesco con un voluminoso sarcoma scomparso in seguito a un’infezione da streptococco, ipotizzando un qualche coinvolgimento di quest’ultima nella scomparsa del tumore. Coley proverà a replicare quanto accaduto trattando centinaia di malati, ma il miracolo si ripeterà solo in modo sporadico, fino a quando, dopo la sua morte, la cura sarà abbandonata. 

In libreria per Piemme, è uscito il libro Il corpo anti cancro, di Agnese Codignola e Michele Maio, che racconta la rivoluzione dell’immunoncologia. Delle nuove terapie che mirano a sconfiggere il cancro attivando il sistema immunitario si sente parlare ormai sempre più spesso, via via che vengono resi noti i risultati dei grandi studi clinici, e che le agenzie regolatorie (in primo luogo la statunitense Fda e l’europea Ema) approvano farmaci quali l’ipilimumab, il nivolumab, il tremelimumab e altri, per diverse forme neoplastiche tra cui il melanoma, il tumore del polmone, del rene, di testa e collo e, da ultimo, alcuni tipi di linfomi. Ma che cosa sia esattamente l’immunoterapia del cancro - cosa promette, con quali limiti e anche quali rischi - e come stia cambiando la ricerca oncologica, forse non è chiaro a tutti quanti. A darne una visione organica, semplice ma il più possibile completa, provano adesso uno degli oncologi protagonisti assoluti di questo campo, Michele Maio dell’Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena, da anni in prima linea negli studi e nell’applicazione di queste cure, e Agnese Codignola, giornalista scientifica, che da tempo segue in modo specifico questi temi. Il risultato è una fotografia dello stato dell’arte, che può di certo aiutare a orientarsi nella scelta delle terapie ma, al tempo stesso, permette di capire perché l’attivazione del sistema immunitario può davvero fare la differenza, almeno per una parte dei malati, e come tutto ciò potrebbe trasformare una sentenza di morte in una malattia invece che diventa cronica, da curare con scrupolo, ma alla quale resistono sempre più persone, via via che si chiariscono i molti aspetti ancora sotto indagine.