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Notizie sul web e democrazia


L’ARTICOLO 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 sembra scritto ai giorni nostri: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.
Sembra quasi di vedere in controluce i blog, le reti sociali, i motori di ricerca e gli altri strumenti che stanno permettendo a oltre tre miliardi di persone di esercitare in maniera assai più diretta che in passato il loro diritto di esprimersi e di informarsi.
Questa espansione senza precedenti della libertà di espressione sta producendo conseguenze e sfide altrettanto senza precedenti. In particolare stiamo osservando l’interazione sempre più intensa tra il crescente mondo della informazione originata dalla Rete (in senso lato) e il pre-esistente mondo dei media tradizionali, ovvero, giornali, radio e televisioni.
Da una parte, i media tradizionali arrivano a questo incontro- scontro con la Rete con una storia antica quanto i media stessi non solo di autorevolezza e influenza, ma anche di limiti e di critiche. Da oltre duecento anni, infatti, i media vengono contemporamente ritenuti essenziali per il corretto funzionamento della democrazia, ma allo stesso tempo costantemente accusati non solo di errori, ma anche di occultamenti, distorsioni, accettazione passiva di pseudo-notizie fornite dal potere. La storia del giornalismo testimonia tanto i successi, quando i fallimenti di questa tensione.
Dall’altra parte, la Rete, essendo un mezzo aperto a chiunque, offre l’attrattiva di un medium davvero libero, dove è possibile trattare qualsiasi argomento senza i limiti fisici imposti dalla carta o dai tempi di un palinsesto e senza i condizionamenti - politici o economici - a cui sono quasi sempre esposti i media tradizionali. E in effetti in questi anni in Rete si sono accreditati molti siti che, con la sola forza delle loro argomentazioni, si sono guadagnati una reputazione - e un pubblico a volte considerevole - trattando temi poco o per nulla affrontati dai media tradizionali. Ciò ha innegabilmente arricchito il pubblico dibattito e deve essere preservato da qualsiasi tentazione censoria, in qualsiasi modo presentata.
Allo stesso tempo la Rete, essendo aperta a tutti, permette anche di pubblicare agevolmente non solo informazioni infondate o parziali, ma anche notizie deliberatamente false (anche se spesso verosimili). I motivi possono essere economici, per lucrare sui clic della pubblicità, o politici, per esempio per influenzare un pubblico in campagna elettorale. Si tratta dell’inevitabile - e ampiamente prevedibile - prezzo da pagare per la radicale espansione della libertà di espressione di cui parlavamo all’inizio.
Si tratta, però, di un prezzo che ha acceso anche da noi un dibattito sulle cosiddette “false notizie” della Rete, dibattito che, come capita quasi sempre in Italia, ha generato due schieramenti: da una parte chi sembra rimpiangere il mondo prima della Rete o chi propone, come Giovanni Pitruzzella, improbabili autorità statali per garantire la qualità dell’informazione e dall’altra chi, in risposta, propone, come Beppe Grillo, altrettanto improbabili giurie popolari o reitera semplicemente le accuse storiche ai media tradizionali.
Dovremmo invece provare a chiederci cosa possiamo fare, in concreto, per favorire un’ecosistema informativo che sostenga i processi democratici nel contesto attuale.
Educare i cittadini è certamente cruciale, tanto più in un paese come il nostro, segnato da uno storico ritardo educativo, come non mancava mai di sottolineare Tullio De Mauro.
Ma occuparsi solo della domanda di informazione, come sembrano contenti di fare alcuni sostenitori del “laissez faire”, non basta. Dobbiamo anche pensare all’offerta.
Innanzittutto, occorre continuare ad analizzare i limiti dei media tradizionali: giornali, radio e televisione, infatti, possono e debbono migliorare - accettando il confronto costante coi lettori, citando le fonti, correggendo in maniera trasparente gli errori, spiegando le loro scelte. In un mondo sommerso da informazioni i media che sapranno guadagnarsi la fiducia dei lettori prospereranno.
In secondo luogo, l’informazione ha bisogno di professionisti: di persone che per mestiere possano concentrarsi a fare inchieste, a testimoniare di persona catastrofi e guerre, a studiare dossier complicati, a parlare direttamente con testimoni e protagonisti. Come società dobbiamo sforzarci di trovare il modo per sostenerli economicamente. In terzo luogo, piattaforme e smartphone plasmano la diffusione delle informazioni in modi inediti, che vanno attentamente studiati. Occorre interrogarsi in particolare sul potere di amplificare determinati contenuti - magari palesemente falsi - e sulla possibilità di offrire al lettore strumenti non invasivi per aiutarlo a orientarsi e ad accedere a punti di vista plurali.