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Attentati in Turchia

Le autorità vietano subito la diffusione di notizie, come da nuove disposizioni nello stato d’emergenza prorogato di altri 3 mesi. Il governatore della città accusa il Pkk curdo. Di norma il Pkk non attacca i civili, ma obiettivi militari, al contrario del Tak, i Falchi per la liberazione del Kurdistan. Che si tratti comunque di terrorismo curdo o di jihadismo estremista la situazione cambia poco rispetto a un Paese entrato ormai in pieno dentro la spirale del terrore.

E se fino a pochi mesi fa gli attentati avvenivano a Diyarbakir o Adana, nelle zone del sud est dell’Anatolia dove la guerra esercito- curdi è un soggetto purtroppo quotidiano, adesso è la Turchia dell’ovest, quella più liberale e moderna, a trasformarsi in terreno di battaglia

A Istanbul il terrore lo leggi nelle facce della gente, per strada, dove non si parla d’altro. E gli stili di vita delle persone e delle famiglie stanno rapidamente cambiando. C’è chi non prende più il metro, considerato a rischio altissimo. Chi tralascia di salire su un autobus, ritenuto ugualmente pericoloso. Chi vorrebbe prendere il taxi, più caro, sì, però da quando il killer del Reina è andato e tornato a bordo di un’auto gialla, anche le vetture comunali di servizio sono guardate con sospetto. C’è allora chi si vuole prendere ferie, e rintanarsi a casa nella speranza che questo periodo passi presto. E chi infine pianifica di lasciare la grande città per rifugiarsi a vivere e lavorare a sud, pure in un villaggio, ma dove ritagliarsi finalmente un’esistenza tranquilla al riparo da bombe, stragi, armi, rivendicazioni.

È chiaro, dall’esterno, il disegno di voler destabilizzare un Paese che pure desidera ancora – ma senza averne più né la progettualità né la forza – di entrare a far parte dell’Europa. Sogno per ora finito, per una Turchia che entra ed esce da golpe post-moderni e putsch falliti. Un Paese non solo andato fuori controllo, ormai, ma completamente sfiduciato.