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Invenzioni. La nuova plastica biodegradabile fatta di amido di mais.

Il 25enne indiano Ashwath Hedge ha inventato buste della spesa fatte di amidi vegetali. Un solo difetto: costano il triplo.

Una busta per la spesa e per la spazzatura che non solo è biodegradabile ma può anche essere mangiata, essendo composta di amidi e prodotti della terra. L’ha inventata una startup con l’animo indiano, la EnviGreen, e l’ha messa sul mercato, per ora tra i Paesi del Golfo e il Karnataka. Il merito è tutto di Ashwath Hegde, il fondatore, un 25enne coi tratti dell’enfant prodige, curioso mix tra l’imprenditore di successo e l’attivista verde in grado di tirar fuori soldi anche dalle attività benefiche.
Nato a Bangalore e residente nel Qatar dove fa il consulente ambientale per diversi governi del Golfo, Hegde lavora da quando aveva 21 anni a risolvere un problema che lo aveva colpito da ragazzo: il divieto di usare le buste di plastica imposto ai negozi di molte città dell’India, compresa la sua. Notò che come tutti i divieti – anche se a fin di bene - aveva solo determinato l’aumento del prezzo dei sacchetti.
Il risultato dei suoi 4 anni di ricerche è un composto di 12 veri e propri alimenti resi liquidi e poi solidificati con un procedimento segreto a sei stadi per farne borse con capacità di resistere a pesi notevoli. Con la stessa consistenza al tatto della plastica, sono fatte di patate, tapioca, mais, amido, olii vegetali, banani. Non solo: in 4 mesi il sacco si autodistrugge senza contaminare, ma può essere sciolto in pochi secondi nell’acqua bollente o liquefatto dopo un giorno a mollo, perfino bruciato senza rilasciare fumi tossici. Tutte qualità dimostrate durante le distribuzioni gratuite di 100 mila sacchi nel Qatar e durante le prove del governo del Karnataka che ne autorizza la vendita dall’inizio del 2017.
Per convincere gli ispettori che nei sacchi non si usa alcuna sostanza chimica, nemmeno per la stampa dei marchi, Ashwath Hedge ha trangugiato il decotto di una borsa immersa in acqua calda. Non che lo scopo sia quello di smaltirle mangiandole dopo l’uso. Il giovane imprenditore, tuttavia, assicura che possono cibarsene gli animali, inclusi quelli sacri come le mucche, attualmente costretti nelle città del Continente indiano a ruminare nell’immondizia ingerendo, con gli avanzi, anche i contenitori.
Come tutte le cose buone, l’eco- sacchetto ha il risvolto della medaglia nel prezzo che è di circa il 35% più alto di un cugino di plastica, ma gli effetti sull’ambiente potrebbero a lungo termine perfino compensare i costi di interventi statali per promuoverne l’uso.
Intanto la EnviGreen ha già avviato una unità di produzione della borsa vegetale a Bangalore, la capitale dell’hi-tech col record di 30mila tonnellate al mese di sacchetti di plastica prodotte. Con le sue 1000 tonnellate di eco-bag sfornate nello stesso periodo, la EnviGreen è solo all’inizio di una sfida alla quale presto dovranno allinearsi altri Paesi. Conta su una prima rete di clienti sensibili, ma soprattutto in grado di pagare 15 invece delle 5 rupie chieste oggi dai supermercati per un sacco non biodegradabile.
Ma l’impatto sugli agricoltori del Karnataka coinvolti nell’esperimento è già un fenomeno in sé, perché ogni ortaggio necessario alle borse sarà prodotto localmente sulla base delle richieste di EnviGreen, che fornirà anche i semi necessari. L’unico rischio è che, spinti a grandi produzioni, i contadini ci diano giù coi pesticidi. Un effetto collaterale indesiderabile, anche per la migliore alternativa alla plastica finora scoperta.